Malattia metabolica caratterizzata dall’alterazione del processo di degradazione dell’amminoacido fenilalanina, con il conseguente accumulo di questo composto nell’organismo. Viene denominata anche oligofrenia o idiozia fenilpiruvica. La malattia è dovuta a un difetto nell’enzima fenilalanina idrossilasi che catalizza una delle reazioni della via metabolica di degradazione dell’amminoacido. La sintesi di questo enzima difettoso è codificata da un gene recessivo presente su uno dei cromosomi non sessuali (autosomi). Pertanto, i soggetti eterozigoti per tale gene sono portatori sani della fenilchetonuria, mentre gli omozigoti manifestano questa patologia.
La patologia si manifesta verso il termine del primo anno di vita, quando si evidenziano le iniziali manifestazioni cliniche legate al ritardo mentale che la malattia determina. In tale epoca, infatti, si osserva nel bambino difficoltà nell’articolazione del linguaggio e nel mantenimento della posizione eretta. La pelle risulta caratteristicamente colpita da eczema. Negli anni successivi, si riscontra un anomalo andamento del tracciato elettroencefalografico; compaiono crisi epilettiche e comportamento violento.
Non esistono cure specifiche per la fenilchetonuria, che possano ripristinare funzioni già compromesse dalla malattia; è possibile però diagnosticarla precocemente, mediante esami prenatali (esame chimico del liquido amniotico) oppure, al momento della nascita, impiegando particolari reagenti che, al contatto con le urine del neonato, assumono una particolare colorazione. Le analisi del sangue rivelano un’elevata concentrazione ematica di fenilalanina. La diagnosi precoce della patologia permette di controllare l’insorgenza della malattia, attraverso la prescrizione di una dieta rigorosa, in cui siano assenti cibi contenenti l’amminoacido. Le confezioni di vendita di alcuni prodotti riportano l’indicazione “non contiene fonti di fenilalanina”, allo scopo di segnalare la loro innocuità nei confronti dei malati di fenilchetonuria.
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Fenilchetonuria
Spina Bifida
Sclerosi Multipla
Patologia neurodegenerativa del sistema nervoso centrale. Si presenta in diverse forme, caratterizzate da differenti manifestazioni cliniche, quali la difficoltà di deambulazione, la paralisi e la cecità. Può insorgere in qualunque età; tuttavia, colpisce preferibilmente soggetti tra i 20 e i 40 anni. Il decorso della sclerosi multipla, diagnosticata per la prima volta nel 1849, è spesso imprevedibile; le lesioni neurologiche possono rimanere relativamente circoscritte o estendersi fino a danneggiare le vie nervose che collegano il cervello alle altre parti del corpo.
La sclerosi multipla trova la sua origine in una errata risposta immunitaria dell’organismo, che si scatena a danno della guaina mielinica che riveste le fibre nervose; per tale motivo, è compresa nel gruppo delle malattie autoimmuni. La mielina ha una funzione isolante e permette la rapida propagazione dell’impulso nervoso. La sua degradazione (demielinizzazione) determina il rapido esaurirsi dell’impulso nervoso lungo la fibra nervosa, quindi la mancata propagazione dei segnali alle varie parti del corpo; ne derivano vari disturbi neurologici. Le funzioni dell’organismo colpite dipendono dal gruppo di fibre nervose demielinizzate; ad esempio, se vengono danneggiate le vie ottiche, il paziente verrà colpito da disturbi della vista. L’attacco di sclerosi (poussée) viene preceduto dall’infiammazione di alcune aree (placche) della sostanza bianca; ha quindi inizio il processo degenerativo vero e proprio.
L’incidenza della sclerosi nelle donne è doppia rispetto a quella degli uomini; inoltre, nelle zone temperate risulta 5 volte più frequente che in quelle tropicali. Ciò potrebbe indicare una correlazione tra sclerosi e fattori ambientali, ma non vi sono dati certi in proposito. Periodicamente, vengono registrate “epidemie” di questa patologia; fu famosa quella delle Isole Fær Øer, che si registrò durante la seconda guerra mondiale negli anni che seguirono l’arrivo delle truppe inglesi. Tale fenomeno è di difficile interpretazione, perché non sembra che vi sia uno specifico agente infettivo responsabile della malattia. Le infezioni virali possono comunque interferire con il decorso della sclerosi; infatti, scatenano nell’organismo fenomeni infiammatori e la produzione di un composto, l’interferone g, che peggiora le condizioni dei pazienti.
Le ricerche sulla sclerosi multipla hanno evidenziato che vi è una componente genetica nella sua insorgenza. Risultano coinvolti, in particolare, i geni localizzati sul cromosoma 6, che controllano le caratteristiche degli antigeni HLA che formano il complesso maggiore di istocompatibilità. Tre delle proteine HLA nei malati risultano differenti da quelle dei soggetti sani; vi è una correlazione tra la gravità dei sintomi e la presenza di una sola o di tutte e tre le proteine indagate. Nella genesi della patologia vi sarebbero coinvolte anche altri loci genici, presenti sui cromosomi 2, 3, 7, 11, e sul cromosoma sessuale X. La progressione della sclerosi multipla sarebbe dunque di tipo multifattoriale, coinvolgendo probabilmente fattori ambientali e l’interazione di numerosi geni.
Una recente ipotesi prospetta l’interessamento dell’herpesvirus della mononucleosi (EBV o virus di Epstein-Barr), nell’insorgenza dei fenomeni autoimmunitari che demielinizzano le fibre nervose. Come emerge dai risultati di uno studio pubblicato nel 2002 e compiuto dalla Harvard Medical School di Boston nell’arco del decennio 1990-2000, il virus produce sostanze antigeniche sia durante la fase attiva e replicativa sia durante la fase latente in cui il virus si insedia nei linfociti (vedi Globuli bianchi), ove può permanere anche per molti anni; contro tali antigeni l’organismo secerne anticorpi che vengono rilevati dall’esame del siero. Un significativo innalzamento degli anticorpi diretti contro gli antigeni della forma latente, prima dell’esordio della malattia, caratterizza il profilo sierologico dei soggetti osservati: l’interazione tra linfociti e virus EBV potrebbe determinare i processi autoimmunitari a carico delle fibre nervose. Non è però stata dimostrata la presenza del virus nelle placche in soggetti già malati, e pertanto la teoria richiede ulteriori conferme.
Nella maggior parte dei casi, la sclerosi multipla si manifesta inizialmente con sintomi episodici e transitori, della durata di qualche ora o al massimo di qualche giorno. Tra un attacco e l'altro possono passare anche anni, in cui il soggetto è completamente asintomatico. Tuttavia, anche se in modo parzialmente silente, la malattia progredisce, di solito molto lentamente, causando generalmente deficit funzionali permanenti, che si manifestano con debolezza e scoordinamento motorio.
La diagnosi richiede in genere numerosi esami, come la risonanza magnetica nucleare e la puntura lombare, per l’esame del liquido cefalorachidiano.
Un trattamento definitivo per la sclerosi multipla non è disponibile. L’azione terapeutica è mirata a rallentare la progressione delle lesioni neurologiche, in modo da migliorare la qualità della vita del paziente. È possibile intervenire sui singoli disturbi, come gli spasmi muscolari o le anomalie di funzionamento della vescica; inoltre, si impiegano farmaci immunosoppressori per ridurre l’azione autoimmunitaria dell’organismo, e antinfiammatori a base di cortisone e ACTH per limitare i danni alle fibre nervose. Una speranza è riposta nei composti immunomodulatori che, rispetto agli immunosoppressori, esercitano un’azione più mirata nei confronti del sistema immunitario; in pazienti che non hanno raggiunto fasi della malattia invalidanti, una di queste sostanze, l’interferone β, sembra ridurre la frequenza degli attacchi. La fisioterapia e la terapia occupazionale risultano importanti strumenti di sostegno del malato, per il quale è fondamentale il mantenimento di una vita attiva malgrado le limitazioni causate dal progredire della sclerosi.
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Fibrosi Cistica
Patologia ereditaria che colpisce le ghiandole esocrine, caratterizzata dalla eccessiva produzione di un muco particolarmente spesso da parte, soprattutto, delle ghiandole presenti nell’apparato respiratorio e nell’epitelio intestinale. Tale malattia è denominata anche mucoviscidosi, ed è originata da una mutazione a carico di un gene che è stato localizzato nel 1989; essa risultava fino a poco tempo fa letale entro i 5 anni di vita. La speranza di vita dei pazienti è oggi molto aumentata, così come la loro qualità della vita. Non è comunque ancora stata identificata una cura definitiva per questa patologia.
L’eccessiva produzione di muco determina nei pazienti gravi crisi respiratorie; altri disturbi si manifestano a carico di tutti gli organi in cui vi sia una secrezione ghiandolare. Risultano infatti particolarmente densi anche la saliva, il liquido lacrimale, il sudore, e tale aspetto determina la possibilità di ostruzione dei dotti ghiandolari con l’insorgenza di stati infiammatori degli organi interessati. Il pancreas risulta poco funzionale, e ciò comporta anche gravi disfunzioni nella digestione. Nel sudore si riscontra una salinità particolarmente elevata, e nelle feci si trovano residui di alimenti grassi non assorbiti: queste due caratteristiche possono essere utilizzate per la diagnosi della fibrosi cistica. All’esame radiografico, inoltre, le vie respiratorie, e in particolare i bronchi, risultano ispessiti.
I pazienti con insufficienza pancreatica possono assumere enzimi pancreatici ai pasti, mentre quelli che presentano infezioni respiratorie vengono trattati con antibiotici e con aerosol, in modo da alleviare la costrizione delle vie aeree e da rendere il muco più fluido. L’ostruzione intestinale, frequente nei neonati, può richiedere intervento chirurgico. Un’alimentazione abbondante di proteine e povera di grassi, accompagnata da somministrazione di vitamine, può notevolmente migliorare la sintomatologia del paziente. Anche un farmaco messo a punto di recente, a base di enzima DNAasi, consente una fluidificazione del muco e, quindi, il miglioramento dello stato di salute. Risulta importante un consulto genetico nei soggetti portatori di fibrosi cistica; infatti, se entrambi i genitori sono portatori del gene responsabile della malattia, vi è una probabilità su quattro che abbiano un figlio ammalato. Il gene responsabile, identificato nel 1989 sul cromosoma 7, può essere mutato in più di 300 posizioni diverse. Oggi sono disponibili test in grado di rilevare le alterazioni più comuni e di identificare i portatori sani. Sono, inoltre, in corso numerosi studi clinici, volti a definire un’efficace terapia di questa malattia, che in Italia colpisce un neonato su 2000.
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Apparato Muscolare


